Bistrot della stazione

scritto da Paulus
Scritto 6 giorni fa • Pubblicato 6 giorni fa • Revisionato 6 giorni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Paulus
Autore del testo Paulus

Testo: Bistrot della stazione
di Paulus

«A che ora chiudono i negozi in questa cittadina?» mi chiese irrequieto. «Non posso presentarmi in casa a mani vuote! Non è nel mio modo di fare» soggiunse.
«Non ti preoccupare, abbiamo tutto!» risposi.
Se ne sortì sbattendo l’uscio senza intenzione, con una busta sotto braccio. Mi ero intanto accesa una bionda, giurando che questa sarebbe stata l’ultima.
Si era stesa una nebbia fitta, biancastra. L’aroma di caldarroste sembrava solleticare l’appetito. Quel quartiere lo conoscevo bene, sempre la nebbia, sempre il caldarrostaio, invecchiato con gli occhi lucidi. Sempre quella padella forata, sembrava anche lei ansimare sulla brace.
«Ci prendiamo qualche castagna arrostita?» disse mio cognato, che gongolava alla prospettiva di dar fondo al portafoglio.
Non risposi. Si abbassavano le saracinesche una dopo l’altra come se si fossero date appuntamento e i lampioni spandevano quella loro luce opaca.
Dietro l’angolo la panetteria gestita per anni da mio padre. Ora l’uscio era stato murato.
Avevo traslocato in un trilocale nel quartiere accosto; ogni tanto vi rivenivo. Per non sentirmi spaesato in un milieu che non riconoscevo più come mio.
Prese il cartoccio con le caldarroste ancora fumanti. Ci avviammo a piedi. Non disse più nulla forse per lo sfiancamento. Anch’io ero a pezzi e non vedevo l’ora di stendermi sul divano.
La caffetteria era ancora quella, frequentata dal nonno che ogni mattina si prendeva l’espresso. La medesima insegna: “Bistrot della stazione”. Ma le lettere erano quasi illeggibili e la latta rugginosa. Dentro regnava il chiaroscuro. Era un locale d’epoca. Rivedevo il nonno con il panciotto color crema, sentivo quella tosse durevole, ancora.
Una folata mi fece rabbrividire; le foglie facevano mulinello. «Affrettiamoci» dissi a mio cognato, che arrancava, «ché si fa buio e il cielo sembra coprirsi.»
Ci affrettammo, ma ancora girovagavamo nel quartiere tra i viottoli.
«Prendi qualcosa? Qualcosa al banco» dissi. Era esausto. Il cameriere vestiva una giacca a giubbetto sul panciotto color panna, la camicia che sapeva ancora di amido, pantaloni neri senza passanti. Sul corso un andirivieni di carrozze, e il nitrito dei cavalli sferzati.
«Dove siamo?» mi chiese. «Non lo so, beviamoci questo espresso e non facciamoci domande.» «Carpe diem» aggiunsi.
Sul tavolino del bistrot era disteso il Corriere. «L’Arciduca ereditario d’Austria e la moglie uccisi da un giovane studente bosniaco a Serajevo». Era rimasto sul tavolo da qualche mese, spiegazzato e con macchie untuose.
Bistrot della stazione testo di Paulus
6